Qual è il rapporto tra servizio militare e servizio civile?

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In un excursus sulla storia della Svizzera, Georg Kreis, professore e dottore emerito, presenta l’evoluzione del servizio militare e di quello civile. Secondo lo storico, la tendenza attuale è quella di concepire i due servizi in un rapporto di concorrenza mentre dovrebbero essere visti come complementari.

All’inizio, in effetti, c’era solo il servizio militare. Dal 1996, da ormai 20 anni, esiste però un’alternativa giuridicamente regolamentata: il servizio civile, un servizio sostitutivo a quello militare. Chi vuole svolgere il servizio civile deve essere pronto, attraverso la cosiddetta «prova dell’atto», a svolgere un periodo di servizio che dura una volta e mezzo quello previsto per il servizio militare. Si ha la tendenza, tuttavia, a credere che quella del servizio civile sia una variante meno faticosa e quindi più semplice: una presunta isola felice in cui è possibile mantenere ritmi di vita regolari, piuttosto che marciare di notte.

Una simile considerazione riflette un’immagine distorta della realtà ed è peraltro alimentata dal timore che il servizio civile, secondo alcuni reso solo apparentemente troppo poco interessante, possa portare a un calo degli arruolamenti. Si tratta però di un’idea sbagliata, perché l’effettivo dell’Esercito svizzero, secondo il Concetto Esercito XXI, conta ancora troppi soldati, circa 129 000 invece di 124 000 (classe di reclute esclusa). Per di più, con l’ulteriore sviluppo dell’esercito previsto a partire dal 2018, la durata del servizio militare fissata per legge dovrebbe passare da 12 a 9 anni per effetto della revisione della legge militare. In questo modo, l’effettivo regolamentare di 140 000 unità non dovrebbe essere eccessivamente superato. Stando alle cifre, dunque, il problema non riguarda tanto il rapporto tra servizio militare e servizio civile quanto la terza categoria, quella di coloro che non assolvono né l’uno né l’altro.

Uno sguardo al passato

Occorre sottolineare che, quando fu introdotto, l’obbligo generale di prestare servizio militare non era imposto rigidamente. Di conseguenza, il servizio militare non era, né poteva essere, un elemento costitutivo dell’identità nazionale svizzera. Oggi, un eventuale ritorno a determinate condizioni, in cui il servizio militare non fosse svolto da tutti, sarebbe legittimato dal dato storico: prima del 1848 la percentuale di popolazione maschile di leva, ma che effettivamente svolgeva il servizio militare era inferiore al 20 % e anche dopo, fino al 1874, non raggiungeva il 40 %; è arrivata al 60 % circa solo intorno al 1914.

L’obbligo generale di prestare servizio militare non era quindi poi tanto generale come si potrebbe credere benché già all’epoca dell’affare di Neuchâtel nel 1856, si propugnasse l’immagine dei tre uomini armati – le tre generazioni – che avanzano sottobraccio, e si amasse riprendere il detto prussiano secondo cui la Svizzera non aveva un esercito ma era un esercito (fig. 1). 

Per quanto riguarda la funzione dell’obbligo generale di prestare servizio militare, a contare, però, era la qualità più che la quantità. Tale funzione, nella seconda metà del XIX secolo, mentre la società civile era impegnata nel processo di costruzione di uno Stato nazionale, consisteva nel contribuire a creare una società unitaria. L’esercito e la scuola elementare dovevano, in un certo senso, diventare la «scuola della nazione», il luogo in cui si incontravano persone di ceti e ambienti diversi e si imparavano le nozioni fondamentali (inclusa l’alfabetizzazione e le norme di igiene personale). La scuola reclute permetteva inoltre alla Confederazione di monitorare il livello di formazione scolastica impartito nei vari Cantoni: venivano infatti pubblicate delle classifiche che avrebbero dovuto spingere i Cantoni con i risultati peggiori a fare di più.1  

Nel XX secolo, con il servizio di confine tra il 1914 e il 1918, e il servizio attivo tra il 1939 e il 1945, l’obbligo di prestare servizio militare acquistò un nuovo significato, come testimoniano molte fotografie risalenti all’inizio della Prima Guerra Mondiale in cui padri o madri si fanno ritrarre accanto ai loro numerosi figli pronti a combattere (fig. 2 e 3). Era diventato sempre più importante non solo consolidare la nazione ma anche rafforzarne i valori sociali. Un processo, quest’ultimo, che ha richiesto molto tempo e che all’epoca del celebre discorso (Des Schweizers Schweiz) pronunciato il 1° agosto 1968 da Peter Bichsel, era ancora di grande attualità: la scuola reclute era una scuola di vita, un «rito di passaggio» al mondo degli uomini adulti.

Negli anni della Guerra Fredda, l’importanza della difesa militare non diminuì, ma al contrario aumentò ulteriormente trovando la sua espressione forse più impressionante nell’imponente padiglione militare a forma di riccio presentato all’Expo 1964. In quegli anni si assistette, anziché a un progressivo estendersi dei modelli di comportamento della società civile all’apparato militare, come ci si sarebbe potuti aspettare, al tentativo di impregnare la società civile della mentalità militare (vedi il libretto «Difesa civile» del 1969).  

Un ricordo personale: come reclute, non solo visitammo l’Expo 64, ma fummo anche sottoposti a trattamenti vessatori con il chiaro obiettivo di fare di noi «veri soldati». Erano anche gli anni in cui si moltiplicavano le pressioni per introdurre il voto alle donne. Chi sosteneva che non ne avevano diritto perché non erano soggette all’obbligo di leva, si scontrava con coloro che affermavano che le donne, nella società, svolgevano funzioni non meno importanti del servizio militare. 

Nuove iniziative per il servizio civile

L’idea che al posto del servizio militare fosse e dovesse essere possibile una «prestazione sostitutiva» aveva cominciato a diffondersi con l’inasprimento dei conflitti legati all’obiezione di coscienza. Nel 1969, gli insegnanti del liceo di Münchenstein elaborarono un progetto che mirava all’introduzione di una prestazione sostitutiva generale. Ne nacque un’iniziativa, considerata eccezionale anche solo per aver raggiunto il numero di firme necessario, al pari della votazione popolare del 1977 dove la percentuale dei votanti a favore avrebbe raggiunto il 37,6 %. Non si può dire, tuttavia, che gli anni successivi abbiano spianato la strada al servizio civile: l’iniziativa popolare sulla prova dell’atto, messa ai voti sette anni dopo, nel 1984, ottenne un modesto sostegno (solo il 36,2 %2).

La svolta avvenne nel 1989 con Helmut Hubacher, politico basilese del PS, che propose la modifica della Costituzione, approvata poi con l’82,5 % dei voti nel maggio 1992: una riforma che prevedeva la prova dell’atto e l’esame di coscienza, registrando in un primo tempo una percentuale di domande respinte dell’8,9 %. Nel 2009 l’esame venne abolito.

Viene da chiedersi: perché in quegli anni e non prima? A goccia a goccia si è scavato la pietra? Era lecito pensare che lottando indefessamente e a lungo per un giusto scopo alla fine si sarebbe riusciti a erodere una resistenza sbagliata? Sicuramente ha contribuito il clima più disteso dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. In uno studio sui valori svizzeri pubblicato in occasione del 700° anniversario della Confederazione nel 1991, il 70 % della popolazione sosteneva che dovesse essere possibile la dispensazione dall’obbligo di leva per motivi di coscienza assolvendo un obbligo alternativo3. Probabilmente, quello del servizio civile sarebbe un ottimo esempio per capire l’iter delle riforme in Svizzera.

Il servizio militare e quello civile sono in competizione fra loro?

Oggi, il servizio civile – per anni inimmaginabile perché apparentemente inconciliabile con la necessità di proteggere il Paese militarmente e con l’idea tradizionale degli obblighi tipicamente maschili in Svizzera – non è più considerato un problema. Lo diventa nel momento in cui si teme che possa essere più accattivante del servizio militare. Per certi versi, si potrebbe effettivamente dire che i due servizi sono in competizione fra loro, ma questo non significa che debbano essere visti come contrapposti o antagonisti, piuttosto come complementari.

Nonostante persistano delle sostanziali differenze, la distanza tra i due servizi si è ridotta. L’ambiente militare tradizionale, infatti, è nel frattempo diventato più «civile» – nello stile e nella funzione – per rispondere anche alle aspettative della società. Nei sondaggi annuali sull’importanza dei vari compiti dell’esercito, quelli civili figurano ai primi posti: aiuto in caso di catastrofi, inondazioni, incendi, frane, oppure pulizia dei boschi4. L’esercito stesso ha d’altronde affermato di avere anche un’altra funzione (in occasione dell’inaugurazione della nuova galleria di base del San Gottardo): «Quando in Svizzera si svolgono importanti festeggiamenti o grandi manifestazioni, in genere l’esercito viene coinvolto in maniera determinante».

D’altra parte, quelle caratteristiche che un tempo venivano tradizionalmente associate al servizio militare – responsabilità e disciplina, tenacia e resistenza – non sono più una sua prerogativa. Si tratta di qualità necessarie anche nel servizio civile e, a detta dei civilisti, in misura ancora maggiore.


1 Werner Lustenberger: Pädagogische Rekrutenprüfungen. Ein Beitrag zur Schweizer Schulgeschichte. Chur/Zürich 1996.

2 Wolf Linder: Handbuch der eidgenössischen Volksabstimmungen 1948–2007. Bern 2010, pagg. 376 e 416. 

3 Anna Melich: Die Werte der Schweiz, Bern 1991, pag. 33.

4 Sicherheit 2016, Aussen-, Sicherheits- und Verteidigungspolitische Meinungsbildung im Trend, Center for Security Studies, Zürich 2016, pag. 149.

Autore

Il professore e dottore emerito Georg Kreis è autore di numerose opere sulla storia della Svizzera. Fino al 2008 è stato professore di Storia contemporanea e Storia della Svizzera al Seminario di storia dell’Università di Basilea. È stato inoltre direttore dell’Europainstitut di Basilea e presidente della Commissione federale contro il razzismo.

Ultima modifica 07.09.2016

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