«Una statua maestosa che si saluta e alla quale si passa accanto»: l’obbligo di prestare servizio e il servizio civile

ZIVI_jubi20j_pur
ZIVI_Jahre_2002
ZIVI_TB5

Nel corso del XX secolo i vari tentativi volti a introdurre un’alternativa alla prigione per gli obiettori di coscienza si scontrano con la forte resistenza opposta dalle autorità militari e politiche svizzere. L’obbligo, per tutti gli uomini svizzeri, di prestare servizio militare è considerato un principio costituzionale e al contempo un principio fondante dell’identità nazionale. L’introduzione del servizio civile negli anni ’90 è visto come uno degli elementi che, andando contro questi principi, accelerano la sua trasformazione in un servizio «à la carte».

18 maggio 2003: i cittadini svizzeri approvano a larga maggioranza la riforma della legge sull’esercito («Esercito XXI»). I principi costituzionali dell’obbligo di prestare servizio e del sistema di milizia vengono mantenuti, ma l’esercito è privato del 60 per cento degli effettivi, passando da 350 000 a 140 000 unità (senza contare la riserva): un cambiamento nell’organizzazione e nel ruolo dell’esercito non certo privo di conseguenze per il servizio civile creato pochi anni prima, nel 1996, e quindi ancora in fase sperimentale. Dallo studio del dibattito sull’obiezione di coscienza emerge che è sempre esistita un’interazione tra le esigenze dell’esercito e il trattamento riservato ai renitenti alla leva. In senso più ampio, sul processo di elaborazione e di sviluppo del servizio civile hanno influito le controversie politiche riguardanti il reclutamento, che si sono susseguite dall’inizio del XX secolo, e il modo in cui i cittadini svizzeri hanno via via concepito la difesa nazionale e l’esperienza militare.

L’ostilità delle autorità in nome della parità di trattamento e della necessità di assicurare la difesa nazionale

L’articolo 18 della prima Costituzione federale del 1848 stabilisce che «ogni Svizzero è obbligato al servizio militare». L’obbligo non viene però applicato in maniera uniforme, dato che i Cantoni sono semplicemente tenuti a fornire contingenti di uomini in proporzione al loro numero di abitanti. Le riforme costituzionali del 1874 – spesso riassunte nello slogan «un diritto, un esercito» – e la nuova organizzazione militare che ne deriva introducono il reclutamento generale posto sotto la vigilanza della Confederazione e il principio della parità di trattamento per quanto riguarda l’obbligo di prestare servizio, principio che verrà ulteriormente rafforzato con le importanti riforme del 1907. Le mobilitazioni nel corso delle due guerre mondiali contribuiscono a diffondere l’idea che il servizio militare obbligatorio e il sistema di milizia siano tra gli elementi costitutivi dell’identità svizzera. Durante la Guerra fredda, la carriera militare gode ancora di grande prestigio sociale, soprattutto in ambito professionale. Non sorprende quindi che le autorità politiche e militari guardino con ostilità ai ripetuti tentativi di creare un servizio civile. Sono due gli argomenti messi in campo contro quest’ultimo: secondo alcuni minerebbe alla base il principio della parità di trattamento tra coloro che prestano il servizio militare e gli obiettori di coscienza, che invece sfuggirebbero a questo obbligo; secondo altri metterebbe a repentaglio la difesa nazionale, perché molti sceglierebbero di prestare servizio civile.

Nel periodo tra le due guerre il numero ridotto di obiettori di coscienza condannati allontana lo spettro di un indebolimento delle capacità militari della Svizzera provocato dall’eventuale introduzione del servizio civile. Nel contempo, in quegli anni, ai tagli del budget destinato ai militari si aggiungono i tentativi da parte dell’esercito di diminuire il numero di effettivi: «basta poco, un vago pretesto, perché i medici siano costretti a dichiarare non idoneo un giovane che in passato qualsiasi commissione avrebbe mandato in caserma».1 Ma i sacrifici compiuti dai militari mobilitati durante la Prima guerra mondiale e il ricordo ancora fresco dei milioni di morti in battaglia costati agli eserciti dei Paesi vicini sensibilizzano l’opinione pubblica in merito alla questione dell’equità di una simile misura. Commentando una petizione del 1923 a favore dell’introduzione del servizio civile, il Journal de Genève fa un paragone tra quest’ultimo e gli obblighi del soldato durante la guerra anziché con i periodi d’istruzione: «Quali “drenaggi”, quali “miglioramenti agli alpeggi”, quali “lavori forestali”, quali “irrigazioni” potranno mai essere utili alla comunità quando gli uomini dovranno battersi e i feriti dovranno essere trasportati nelle città?»2. Anche la Revue militaire suisse, organo della Società svizzera degli ufficiali, prende fermamente posizione contro la petizione. Nel timore che le eccezioni al servizio militare obbligatorio fiacchino il morale delle truppe, il caporedattore scrive: «Come si può pensare che coloro che restano ad affrontare la morte non le considerino un’immane ingiustizia?»3. Pur definendo onorevoli alcuni motivi che spingono all’obiezione di coscienza, il colonnello Feyler ritiene adeguato incorporare senza armi gli obiettori nei servizi sanitari. La petizione, che ha raccolto 40 000 firme, viene respinta dalle autorità federali.

Anche i tentativi successivi a favore del servizio civile falliscono, poi la Seconda guerra mondiale smorza temporaneamente i toni della discussione. Durante la Guerra fredda, la paura di un’invasione sovietica spinge la Svizzera ad aumentare il numero di effettivi, che in questo periodo raggiunge il suo massimo storico. Il servizio militare obbligatorio è però sempre più oggetto di contestazioni e il numero di obiettori di coscienza aumenta progressivamente a partire dagli anni ’60. Preoccupati per le sorti dell’esercito, gli oppositori del servizio civile riaccendono il dibattito con vecchi e nuovi argomenti. La Revue militaire suisse prende due volte posizione, con ragionamenti simili a quelli usati vent’anni prima: introdurre il servizio civile significherebbe «indebolire la volontà di difesa del nostro popolo»4 e, ancora, «minare le fondamenta stesse della nostra difesa e, così facendo, della nostra capacità di dissuasione»5. Non solo: i sostenitori del servizio civile sono accusati, in maniera indiretta, di fare propaganda comunista; per l’ex consigliere federale Paul Chaudet «l’obiettore per motivi di ordine politico-filosofico» è un «avversario della forma attuale dello Stato» e il servizio civile è un primo passo verso «una forma di schiavitù: non facciamo fatica a immaginare i vantaggi che ne potrebbe trarre un regime politico ispirato da un’ideologia totalitaria»6. Certo, non si può ignorare che all’epoca tra le élite svizzere è diffusa una forte ideologia anticomunista, ma questo discorso è anche rivelatore del modo in cui esse percepiscono il servizio civile, ossia come una minaccia per la difesa nazionale, sia sul piano degli effettivi che sul morale delle truppe.

Riduzione degli effettivi dell’esercito: apertura progressiva al servizio civile e obbligo di prestare servizio «à la carte»

Questo tipo di argomentazione comincia a essere abbandonato a partire dagli anni ’90. Sono anni caratterizzati dal relativo successo ottenuto dall’iniziativa popolare «Per una Svizzera senza esercito e per una politica globale di pace» votata nel 1989, che costringe le istituzioni militari a un benvenuto aggiornamento. Le riforme successive «Esercito 95» e «Esercito XXI» fanno scendere drasticamente il fabbisogno di militari togliendo ogni fondamento ai discorsi sulla necessità di una mobilitazione totale della popolazione svizzera per difendersi da un eventuale invasore. Aggiungendosi a nuove forme di mobilitazione emergenti in campo sociale, questa evoluzione permette di introdurre una diversa soluzione, in un primo momento tramite la «legge Barras», che sostituisce le pene detentive con i lavori di interesse generale per gli obiettori di coscienza riconosciuti come tali. Nasce un ampio consenso – che include perfino la Società svizzera degli ufficiali – e che porta a instaurare il servizio civile propriamente detto nel 1996. Le decisioni di inidoneità al momento del reclutamento sono del resto in aumento (19 % nel 2001, 30 % nel 2003 e 38 % nel 2014), un fenomeno largamente ricondotto al ricorso frequente, da parte di coloro che non vogliono fare il servizio militare, a motivi di ordine medico e che comincia a preoccupare perfino alcuni sostenitori del servizio civile. Per un esponente dell’associazione Permanence Service Civil con sede a Ginevra, «il nuovo sistema di reclutamento […] ben più lasso che in passato […] rappresenta una politica aberrante che favorisce l’individualismo».7

La posizione a favore di un servizio obbligatorio – a scelta, militare o civile – è comunque ben lungi dall’essere condivisa all’unanimità negli ambienti dei fautori del servizio civile. L’abolizione dell’esame di coscienza (a cui subentra la «prova dell’atto»), nel 2009, è l’ultima evoluzione di rilievo in questo dibattito.  La successiva impennata del numero di ammissioni al servizio civile, anche di chi ha già in parte adempiuto al servizio militare, diventa allora fonte di inquietudine tra i militari.

Nel corso di tutto il XX secolo, la stima del fabbisogno dell’esercito da parte delle autorità militari e politiche sembra essere il principale criterio adottato per influire sulla politica di reclutamento. Il calo degli effettivi a cui si assiste in tutti gli eserciti dell’Europa occidentale a partire dagli anni ’90 può essere visto come uno dei fattori importanti che permetteranno di introdurre il servizio civile. Tale fattore va ad aggiungersi alle mobilitazioni a favore di una maggiore tolleranza nei confronti degli obiettori di coscienza, che riescono in quel periodo a sensibilizzare l’opinione pubblica. D’altro canto, l’entusiasmo con cui alcuni guardano al servizio civile, soprattutto dopo che è stato abolito l’esame di coscienza, influisce sul modo in cui gli Svizzeri percepiscono l’obbligo di prestare servizio. Il servizio militare non è più il punto di riferimento, ma una delle opzioni possibili tra le altre, insieme al servizio civile e al ricorso alla dichiarazione di non idoneità. Nel 2015, il think tank neoliberale Avenir suisse constata che meno di un terzo dei giovani in età di leva presta effettivamente il servizio militare e ne conclude che il servizio militare obbligatorio è «per 1/3 realtà e per 2/3 finzione»8. Il fatto che il servizio militare obbligatorio sia oggi in gran parte un mito non riduce l’attaccamento degli Svizzeri nei suoi confronti, come dimostra il secco rifiuto opposto all’iniziativa popolare che ne chiedeva l’abolizione nel 2013. Potremmo senz’altro sottoscrivere l’analisi proposta da Agénor Krafft nel 1923, il quale davanti all’aumento degli esoneri per ragioni mediche, a suo avviso concessi con troppa facilità, temeva che la legge fosse «una statua maestosa che si saluta e alla quale si passa accanto»9. Il principio costituzionale dell’obbligo di prestare servizio militare è oggi applicato solo in minima parte, ma il mito resiste e non si è pronti a togliere la statua dal suo piedistallo…


1 Agénor Krafft: «La crise de l’article 18 de notre constitution», Revue militaire suisse, vol. 67, n. 2, febbraio 1922, pagg. 49-53.

2 Henri Naef: «Le service civil», Journal de Genève, 20 gennaio 1923. 

3 F. Feyler: «Le service civil», Revue militaire suisse, vol. 68, n. 9, settembre 1923, pagg. 395-419. 

4 M.-H. Montfort: «Face à l’objection de conscience», Revue militaire suisse, vol. 106, n. 4, aprile 1961, pagg. 166-181, pag. 179. 

5 Dominique Brunner: «L’initiative pour un service civil: une attaque contre l’armée de milice et la dissuasion», Revue militaire suisse, vol. 128, n. 4, aprile 1983, pagg. 181-184. 

6 Paul Chaudet: «Objection de conscience et Service civil», Revue militaire suisse, vol. 117, n. 6, giugno 1972, pagg. 245-256. 

7 Jérôme Strobel: «Le nouveau recrutement fait chuter les demandes de service civil», Le Civiliste, n. 24, giugno 2005. 

8 Tibère Adler: «La longue route vers un service citoyen», Avenir suisse, 18 settembre 2015. 

9 Agénor Krafft: «La crise de l’article 18 de notre constitution», op.cit.

Autore

09_cuttat_autor

Ignace Cuttat è dottorando assistente al Dipartimento di storia generale dell’Università di Ginevra. Le sue ricerche vertono sulla storia sociale e culturale dell’esercito svizzero tra il 1874 e il 1918, con un particolare interesse per l’influenza delle carriere militari sulla vita civile (educazione, sanità, carriera professionale, cittadinanza) e per il ruolo svolto dall’esercito nel processo di costruzione dell’identità nazionale.

Ultima modifica 07.09.2016

Inizio pagina

https://www.zivi.admin.ch/content/zivi/it/home/dokumentation/publikationen/geschichten-im-jubilaeumsjahr/cuttat.html