Prestare servizio civile all’estero: la voglia di aprirsi al mondo

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Il civilista Nicolas Shaw con due classi di seconda nel suo impiego come insegnante di francese alla FJKM in Anjozorobe, Madagascar. (Foto: mad)

Dal 2001, DM-échange et mission, una ONG romanda legata alle chiese protestanti, lavora con i civilisti svizzeri inviati presso i partner di una decina di Paesi dell’Africa, dell’Oceano indiano e dell’America latina. Un ritratto.

Partire e servire il proprio Paese

Nel 2009, i locali del Centro Kairos, partner di DM-échange et mission a Cuba, sono stati tinteggiati e abbelliti per accogliere giovani artisti e anziani del quartiere popolare di la Marina, a Matanzas. Il civilista vodese Christophe Kaenel, pittore e gessatore, ha rinnovato il centro trasmettendo le sue competenze a vari giovani del quartiere prima che Benjamin Mahler, civilista di Soletta, gli subentrasse per insegnare le basi dell’elettricità. Sono esempi di scambi ben riusciti ed efficaci.

DM-échange et mission aveva creato i presupposti per il servizio civile all’estero già molti anni prima, nel gennaio del 1995: la legge sul servizio civile (LSC) non era ancora andata in porto quando Roger Zürcher, 28 anni, ingegnere agronomo del Giura bernese era partito per il Ciad con la moglie e la figlia di appena 15 mesi. Era stato lui a rivolgersi a DM-échange et mission che lo aveva assegnato a un centro agricolo. È stato uno dei primi civilisti svizzeri – all’epoca obiettore di coscienza – a poter assolvere ai suoi obblighi all’estero.

Gli inizi

Nel 1996, l’UFIAML (Ufficio federale dell’industria, delle arti e mestieri e del lavoro), che in quegli anni gestiva il servizio civile, aveva contattato DM-échange et mission proponendo all’ONG di diventare un istituto d’impiego all’estero. «Fin dall’inizio siamo stati molto contenti», ricorda Gerda Borgeaud, responsabile dell’esame delle candidature presso DM-échange et mission. «Gli obiettori di coscienza che si presentavano condividevano i nostri valori.»

Nel corso degli anni l’interesse per il servizio civile all’estero è aumentato. Dal primo civilista ufficialmente riconosciuto dal servizio civile e impiegato nel 2001 – un insegnante di francese in un liceo della FJKM, partner di DM-échange et mission in Madagascar – ai tredici civilisti che partiranno nel 2016, sono molti i giovani ad aver affrontato un processo di candidatura spesso lungo e complesso. Al momento, ottanta civilisti sono impiegati da DM-échange et mission all’insegna della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario in Africa, nell’Oceano indiano o in America latina.

I punti in comune? Sono svizzeri, giovani, curiosi, hanno convinzioni pacifiste e antimilitariste e voglia di aprirsi al mondo. Dal 2009, quando è stato abolito l’esame di coscienza richiesto per motivare la propria decisione di prestare servizio civile, il numero di giovani accolti da Gerda Borgeaud ha continuato a crescere. «Percepisco subito la loro voglia di aiutare e di mettere in pratica quanto sanno fare», dice Gerda Borgeaud. «Ma fin dai primi colloqui richiamo anche la loro attenzione sul fatto che un impiego all’estero non è solo lavoro. I nostri civilisti saranno inseriti in una comunità, in una scuola, in un luogo in cui vivranno e in cui saranno invitati a partecipare e a impegnarsi. Bisogna avere la capacità di adattarsi.»

Lavoratori laici

Pur essendo riconosciuta come organizzazione ecclesiastica, DM-échange et mission non invia predicatori nel mondo: ai civilisti è infatti vietato fare proselitismo. Impieghi e mansionari richiedono lavoratori esclusivamente laici, anche se nel tempo libero i civilisti possono frequentare la chiesa. «La chiesa fa parte della vita quotidiana», nota Christophe Kaenel. «Non sono praticante, ma non mi ha disturbato, al contrario. Che si sia credenti o meno, spesso si condividono gli stessi valori.» Anche Raphaël Gallay, civilista ginevrino in Messico nel 2007, la pensa così: «Non essendo credente, ero prevenuto nei confronti della Chiesa e del suo lato “missionario”. In realtà ho scoperto la ricchezza degli scambi tra le spiritualità cristiana e maya. Ho anche capito che molti progetti di impronta sociale sono portati avanti dalle chiese.»

Partire per l’estero diventa sempre più complicato. Mansionari molto specifici e dettagliati, corsi di comunicazione e di accompagnamento, corsi sulla sicurezza al momento della convocazione, il dover imparare una lingua straniera se si parte per l’America latina, sottoporsi ai controlli medici a Basilea: solo i più motivati e i più formati (il possesso di un AFC, di un bachelor o di un master sono obbligatori) potranno servire il loro Paese all’altra estremità del mondo. Per tornarne cambiati e arricchiti. «Si rendono conto che non solo danno, ma ricevono anche molto», conclude sorridendo Gerda Borgeaud.

Autrice

Sylviane Pittet, collaboratrice di «Information», DM-échange et mission

Ultima modifica 04.11.2016

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