Servizio militare o servizio civile?

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Il conflitto tra il servizio militare e il servizio civile è profondo: da un lato, c’è la necessità di rispondere collettivamente a un’esigenza della collettività, magari lasciando l’individuo in secondo piano; dall’altro c’è il singolo che desidera soddisfare un desiderio egocentrico, davanti al quale la collettività scompare.

La Seconda guerra mondiale aveva riunito la popolazione dietro la personalità del generale Guisan, ossia, indirettamente, dietro l’esercito. I profondi divari politici e ideologici manifestatisi alla fine della Grande guerra e negli anni immediatamente successivi vennero superati proprio perché la stragrande maggioranza dei cittadini fece nuovamente valere i propri interessi in virtù della democrazia diretta (nel 1919 venne eletto il primo consigliere federale del BGB – Bauern, Gewerbe und Bürgerpartei, il partito dei contadini, degli artigiani e dei borghesi – e nel 1943 il primo consigliere federale socialista). Certamente, il fatto che il nostro Paese fosse circondato dalla Germania nazista e dall’Italia fascista vi contribuì non poco: in quel momento era più importante appartenere alla collettività che rivendicare il proprio individualismo.

Bisogno di sicurezza

La situazione è cambiata lentamente durante la Guerra fredda. Per numerose personalità politiche e per gran parte della popolazione l’antagonismo tra Est e Ovest veniva percepito come una reale minaccia, tale da giustificare una protezione altrettanto elevata. Per di più, la frontiera tra i due blocchi passava vicino al nostro Paese (la distanza più breve tra la frontiera svizzera e quella cecoslovacca era di circa 350 km).

Il boom delle nascite registrato per diversi anni e i tassi relativamente bassi di inabilità al servizio militare hanno permesso all’esercito di aumentare gli effettivi fino a 650 000 uomini come previsto e anzi di superare per anni la soglia dei 700 000 uomini. Nonostante le condanne, il numero di obiettori di coscienza è progressivamente cresciuto. Verso la fine della Guerra fredda, circa 500 coscritti rifiutavano ogni anno di prestarlo per motivi di coscienza, vale a dire poco meno dello 0,1% delle persone abili. A quel tempo, gli obiettori dovevano sopportare molte cose, comprese le pene privative della libertà, con tutte le conseguenze del caso nella vita civile. Anche le condanne a diversi mesi di carcere perseguivano indubbiamente l’obiettivo di far rispettare l’obbligo del servizio militare e di dissuadere chi la pensava diversamente.

La depenalizzazione arrivò il 17 maggio 1992, quando il «Decreto federale sull’introduzione di un servizio civile per gli obiettori di coscienza» venne accettato a larga maggioranza.

Cambiamento di valori dopo la Guerra fredda

Il periodo successivo alla caduta del muro di Berlino (novembre 1989) segna il crollo dell’Unione sovietica e la fine del Patto di Varsavia, e annuncia l’inizio della pace eterna per molte persone. Coloro che, poco dopo, fanno notare che le minacce e i pericoli, magari meno palesi e più sfumati, stanno aumentando e non diminuendo, vengono bollati come nostalgici della Guerra fredda. La pace apparente favorisce un rapido cambiamento dei valori: i «doveri» vengono soppiantati da valori edonistici e materialisti, primeggia l’ideologia della realizzazione individuale. Molte persone non capiscono più il termine «milizia»  e non solo in ambito militare, bensì in tante altre istituzioni. Per esempio, diventa sempre più difficile trovare candidati adeguati per esercitare funzioni politiche a livello comunale. Se necessario, la gente preferisce pagare.

Dopo l’introduzione del servizio civile e fino al 2008 circa, la quota di civilisti aumenta fino a rappresentare il 6% circa delle persone abili al servizio militare. È lecito immaginare che, in quel periodo di apparente allentamento delle tensioni, la decisione di prestare servizio civile era più facile da prendere e che la società esercitava una pressione meno forte. Ammettiamo che quel 6% avesse veri problemi di coscienza.

A partire dal 2009, scompaiono gli esami di coscienza, la quota di civilisti si impenna al 28% circa delle persone abili al servizio militare e cresce fino a toccare il 28,5% nel 2010. I valori di una società possono davvero cambiare così in fretta? Ben presto, si diffonde il sospetto che numerose persone abili ripieghino sul servizio civile per sfuggire al servizio militare, più faticoso e più vincolante, con il risultato che l’esercito – e in definitiva la sicurezza della società – perde ogni anno svariate migliaia di soldati, alcuni dei quali sarebbero sicuramente diventati quadri delle forze armate.

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Andamento annuo delle ammissioni al servizio civile (fonte: Organo d’esecuzione del servizio civile)

La contraddizione tra esigenze della società ed esigenze dell’individuo

In situazione normale, i compiti principali dell’esercito sono la formazione e la formazione continua. Da questo punto di vista, soldati e civilisti sono paragonabili: entrambi operano all’interno di un contesto pianificato e adempiono il loro servizio secondo un ordine del giorno regolare. Nell’ambito delle sue scuole e dei suoi corsi, l’esercito si fa carico – in più – di numerosi compiti di aiuto e sostegno, spontanei o secondo ordini impartiti. Questi compiti richiedono squadre strutturate e guidate, ma anche materiale. E qui si ferma il paragone. L’esercito infatti, può anche proteggere luoghi importanti (aeroporti, ambasciate), prestare man forte alle forze dell’ordine (per esempio a Ginevra, durante il vertice del G8 a Evian) o garantire la sicurezza del Forum economico mondiale di Davos grazie alle sue competenze, al suo equipaggiamento e alle sue competenze di leadership: tutto ciò è ovvio e naturale, nell’interesse di tutta la collettività.

L’esercito contribuisce in modo sostanziale alla sicurezza, 24 ore su 24. Dopotutto, non sono forese la sicurezza e la stabilità politica che hanno indotto numerose aziende straniere a stabilirsi in Svizzera, contribuendo fortemente alla prosperità della nostra economia? Ma per garantire tutto ciò l’esercito ha bisogno di una massa critica minima, appunto per disporre di un numero sufficiente di formazioni adeguate nel servizio di truppa. I civilisti non contribuiscono a questi interventi, né tantomeno sono sfavoriti quando per esempio occorre prorogare i corsi di ripetizione per far fronte a situazioni critiche, sacrificando giorni festivi o vacanze.

Dopo aver prestato i loro giorni di servizio, i civilisti hanno finito. Le competenze e le conoscenze che hanno acquisito servono soltanto a loro, l’esercito non ne beneficerà mai. I militari svolgono almeno sei corsi di ripetizione, la loro formazione viene costantemente sfruttata, la formazione continua è utile ed efficace.

In questa situazione particolare l’esercito è chiamato a fornire un contributo considerevole, mentre i civilisti non ne danno alcuno. Oggi l’esercito soffre della mancanza di effettivi proprio perché ogni anno vengono a mancare più di 5000 civilisti.

Se si presentasse una situazione straordinaria di difesa (contro qualsiasi tipo di nemico), la questione diventerebbe ancora più critica. Oggi le risorse di personale sono chiaramente insufficienti per una strategia credibile, capace di evitare una guerra o di avere un effetto dissuasivo sul nemico. Sarebbe ingenuo credere che le minacce non esistono e per rendersene conto basta un’occhiata ai giornali!

Conclusione

Nel nostro Paese tutti sanno, in particolare coloro che fanno il servizio militare, che gli eserciti non risolvono i problemi del mondo e, del resto, lo Stato federale moderno non ne ha mai avuto l’intenzione: il nostro esercito di milizia non era né potrebbe essere un «esercito di proiezione». Deve, invece, limitarsi a garantire la protezione – e se necessario la difesa – del Paese e della popolazione . Per questo motivo, d’altronde, l’esercito svizzero non è uno strumento al servizio di obiettivi politici e non può essere paragonato ad altre forze armate che sono o possono essere chiamate in guerra in un altro paese, certamente nell’interesse della patria, ma non per proteggerla hic et nunc. Si tratta di punti di vista e di mandati totalmente diversi che, a mio parere, inquadrano il nostro esercito in tutt’altra prospettiva e relativizzano molto la questione del conflitto di coscienza.


1 Nel senso generale di adempiere compiti e doveri a favore della comunità, al di fuori del proprio ambito lavorativo e generalmente a titolo gratuito (senza retribuzione).

2 Articolo 58, cpv. 2 della Costituzione federale: «L’esercito serve a prevenire la guerra e contribuisce a preservare la pace; difende il Paese e ne protegge la popolazione. Sostiene le autorità civili nel far fronte a gravi minacce per la sicurezza interna e ad altre situazioni straordinarie».

Autor

Il colonnello di stato maggiore (Col SMG) Peter Schneider, ing. mecc. dipl. PFZ, è ufficiale di carriera in pensione. È stato capo-redattore della Revue militaire suisse dal 2012 al 2015.

Ultima modifica 16.12.2016

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